Studenti stranieri in classe: il tetto del 30% e il nodo della lingua

Il dibattito sul tetto del 30% riguarda soprattutto la differenza tra cittadinanza, competenze linguistiche e inserimento dei neo-arrivati.

24/09/2026

La proposta di rendere più stringente il tetto del 30% di studenti stranieri per classe riapre una domanda presente in molte famiglie: la loro presenza può rallentare l’apprendimento dei compagni? Le ricerche non offrono una risposta univoca, ma richiamano una distinzione centrale: cittadinanza, conoscenza dell’italiano e momento dell’inserimento scolastico non coincidono automaticamente.

Chi sono gli studenti conteggiati nelle classi

In Italia gli alunni con cittadinanza non italiana sono circa 931mila, l’11,6% della popolazione scolastica. Oltre il 65%, cioè 607mila, è nato nel Paese. Associare in modo automatico la cittadinanza straniera a difficoltà linguistiche può quindi restituire un quadro incompleto.

Le indicazioni introdotte nel 2010 prevedevano un limite del 30% «di norma», con la possibilità di superarlo quando gli studenti possedevano adeguate competenze linguistiche, per esempio perché nati o scolarizzati in Italia. Il limite poteva invece essere ridotto in presenza di molti alunni con una conoscenza insufficiente dell’italiano. La misura teneva quindi conto anche del bisogno di sostegno linguistico.

Cosa mostrano gli studi sul rendimento

La ricerca italiana di Rosario Ballatore, Margherita Fort e Andrea Ichino, condotta nelle scuole primarie, ha rilevato un effetto negativo sulla performance degli alunni italiani quando cresce la presenza di compagni stranieri, a parità di dimensione e caratteristiche della classe. L’effetto stimato è nell’ordine di 0,16 deviazioni standard nei test di lingua e matematica.

Altri studi hanno dato risultati differenti. In Austria non sono emersi effetti significativi sugli studenti nativi; in Norvegia la concentrazione di studenti immigrati non ha mostrato conseguenze significative né sui voti né sul completamento degli studi. Anche l’OCSE, nel rapporto PISA 2022, considera il tema controverso.

Un’analisi della World Bank sulle scuole primarie dei Paesi Bassi ha distinto gli studenti presenti da tempo dai neo-arrivati. Per i primi non sono emersi effetti rilevabili sui compagni nativi. Per i secondi, cinque punti percentuali in più nella classe erano associati a circa 0,03 deviazioni standard in meno nelle competenze linguistiche, senza effetti significativi in matematica. I ricercatori indicano come spiegazione più plausibile il maggior tempo che l’insegnante dedica ai bambini appena arrivati nelle prime fasi dell’apprendimento della lingua.

La proposta e i percorsi individualizzati

Il 20 settembre Giorgia Meloni ha annunciato un provvedimento atteso in Consiglio dei ministri per rendere più stringente il limite del 30%; il testo definitivo non è noto. I rettori Tomaso Montanari e Valerio De Cesaris chiedono invece di potenziare i docenti di italiano per discenti alloglotti della classe A023.

In Svezia il neo-arrivato viene valutato per la conoscenza della lingua e per le competenze nelle altre materie. Può frequentare temporaneamente una classe preparatoria, con un inserimento progressivo nella classe ordinaria anche materia per materia. L’OCSE ritiene utili questi percorsi quando la lingua è del tutto sconosciuta, purché abbiano durata limitata per evitare separazioni prolungate.

Per famiglie e scuole, il punto concreto resta distinguere tra alunni già inseriti da tempo e neo-arrivati che necessitano di un supporto linguistico, insieme alle risorse e ai docenti disponibili per accompagnare quel passaggio.

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