15 gennaio 2026 –
Non solo i voti, non solo il talento o il ceto sociale. Il successo dei nostri figli dipenderebbe anche dalle faccende domestiche.
Lo stracitato “Grant Study” di Harvard, uno studio longitudinale durato 87 anni e diretto negli anni da George Vaillant e poi da Robert Waldinger, nel corso degli anni ha identificato alcuni pilastri fondamentali per il successo e l’autonomia dei figli. Tra questi, quello che spicca forse maggiormente, è il fatto di abituare i bambini fin da piccoli a contribuire alla vita in famiglia e ad fare le faccende domestiche.
Cosa ci insegna davvero il Grant Study di Harvard
Quando si parla di successo e felicità nella vita, viene spesso citato lo studio longitudinale più famoso al mondo: l’Harvard Study of Adult Development, noto anche come Grant Study. Avviato nel 1938, ha seguito per oltre 80 anni la vita di centinaia di persone, analizzando salute, lavoro, relazioni e benessere psicologico.
È importante chiarire un punto: il Grant Study non nasce per studiare le faccende domestiche, ma per capire cosa rende una vita felice e soddisfacente nel lungo periodo. Il suo risultato più costante è che le relazioni calde, sicure e affidabili sono il principale predittore di felicità e salute.
Tuttavia, a partire da questi dati, numerose ricerche successive in ambito educativo e psicologico hanno approfondito i fattori che favoriscono autonomia, realizzazione personale e stabilità in età adulta adulta.
Responsabilità precoci: perché funzionano
Ed è infatti nello studio della professoressa Marty Rossmann, dell’Università del Minnesota, che il ruolo delle responsabilità domestiche emerge con forza, insieme ad altri elementi chiave.
Uno dei risultati più citati nelle ricerche derivate riguarda il legame tra responsabilità concrete affidate in età precoce e successo in età adulta. I bambini che, già dai 3-4 anni, partecipano alla gestione della casa tendono a diventare adulti più indipendenti e anche più competenti.
«Coinvolgendo i bambini nelle attività, i genitori insegnano loro un senso di responsabilità, competenza, autonomia e valore di sé che li accompagna per tutta la vita.»
Il motore di tutto non è l’obbedienza alle regole, ma il significato dei ruoli in una famiglia: il bambino sperimenta che il suo contributo è necessario al funzionamento del gruppo familiare.
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Questo contributo costruisce autostima reale, perché nasce dall’esperienza diretta del “so fare”, non dal giudizio esterno.
«Anche il modo in cui le attività vengono proposte influisce sulle capacità dei bambini di diventare adulti ben adattati. I compiti non dovrebbero essere troppo impegnativi; i genitori dovrebbero presentarli in modo coerente con lo stile di apprendimento preferito del bambino e coinvolgerlo nella scelta delle attività da svolgere, ad esempio attraverso riunioni di famiglia o strumenti come una tabella settimanale delle faccende. I bambini non dovrebbero essere spinti a svolgere questi compiti in cambio di una paghetta. Prima i genitori iniziano a coinvolgere attivamente i figli nella vita domestica, più sarà facile mantenerli partecipi anche durante l’adolescenza.»
Autonomia vs. iperprotezione
Il Grant Study e le analisi successive suggeriscono che l’iperprotezione, pur nascendo da buone intenzioni, può diventare un ostacolo. Aspettare che un bambino sia “pronto” o risparmiargli ogni fatica rischia di privarlo di occasioni fondamentali per la crescita.
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I genitori, o anche i nonni, che dicono sempre “lascia, faccio io”, davanti al bambino che non è ancora diventato competente a svolgere un compito, non gli stanno in realtà facendo un favore. Pensano di farlo a sé stessi, eliminando la possibilità che il bambino impari, anche se con lentezza e con qualche sbaglio.
Gli adulti che poi hanno mostrato maggiore capacità di iniziativa, etica del lavoro ed empatia sono spesso quelli che, da piccoli, sono stati lasciati liberi di imparare, e di sbagliare. Affidare compiti reali è un atto di fiducia, e la fiducia è un potente motore di sviluppo.
Le relazioni restano il cuore del successo
Un altro pilastro emerso dal Grant Study riguarda il ruolo delle relazioni. Lo psichiatra George Vaillant ha evidenziato come avere almeno una relazione sicura e affettuosa nell’infanzia sia il miglior predittore di resilienza futura.
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Le faccende domestiche funzionano davvero quando sono inserite in un contesto relazionale positivo: non come punizione o ricatto, ma come parte naturale della vita insieme. È questa combinazione – amore e responsabilità – a creare le basi dell’autonomia.
Secondo le conclusioni più recenti dello studio, raccontate anche nel libro “The Good Life” di Robert Waldinger, (tradotto in Italiano con il titolo “Lezioni sulla felicità”) il successo, anche economico, non è legato al quoziente intellettivo ma alla capacità di costruire relazioni sane.
Le responsabilità domestiche contribuiscono proprio a questo: insegnano cooperazione, rispetto dei ruoli, attenzione agli altri. Chi sviluppa precocemente intelligenza emotiva e sociale tende, da adulto, a ottenere maggiore stabilità lavorativa e soddisfazione personale, come sottolineato anche dalle analisi di George Vaillant.
Le faccende non sono una punizione
Molte famiglie trasformano oggi i lavori di casa in premi o punizioni. Ma così stravolgiamo il messaggio di fondo: così le faccende non diventano forma di appartenenza a una famiglia, bensì moneta di scambio.
In realtà, le faccende domestiche non dovrebbero essere oggetto di ricompense. Sono cittadinanza emotiva. Sono il modo in cui un bambino impara di far parte di qualcosa di più grande dei propri bisogni singoli.
Secondo lo studio di Harvard, gli adulti più felici e che hanno avuto successo nella vita non erano necessariamente i bambini più brillanti. Erano quelli che hanno imparato presto che lo sforzo conta, che il contributo conta, che offrire il proprio aiuto conta.




