Il ristorante vegano che rifiuta di scaldare l’omogeneizzato di carne per il neonato: lo scontro tra genitori e ristoratrice

27 gennaio 2026 –

Un pranzo di fine anno, un neonato di sei mesi e una richiesta apparentemente innocua: scaldare un omogeneizzato. È da qui che è nata una vicenda diventata virale, che continua ad alimentare un dibattito sui social e a dividere l’opinione pubblica tra chi difende le regole di un ristorante e chi rivendica le esigenze di una famiglia con un bambino piccolo.

Quando il ristorante vegano incontra il neonato onnivoro

Questa storia non ha nulla a che vedere con i ristoranti no-kids, ha forse più a che vedere con le polemiche polarizzate ed esacerbate sui social: quando si parla di veganesimo e di bambini si arriva a vere e proprie campagne d’odio, molto polarizzate per questioni di principi etici, in cui il dialogo ormai non è più possibile.

Il tutto nasce da un gruppo di amici, con bambino piccolo al seguito, che decidono di pranzare in un ristorante vegano di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria. I genitori del bambino piccolo hanno portato con sé un vasetto di omogeneizzato, che chiedono al personale di sala di scaldare. Il personale di sala risponde che il problema è duplice: l’omogeneizzato non può essere introdotto in cucina per motivi sanitari e per di più è di carne, il che va contro i valori dello stesso ristorante.

Non si sa esattamente a che punto dello scambio tra ristoratrice e cliente si siano accesi i toni, perché da questo punto in poi le versioni delle due parti divergono. La ristoratrice racconta di aver ricevuto pesanti invettive da parte del papà. Lui invece dice di aver chiesto solo dell’acqua calda per riscaldare il pasto del bambino e parla di una reazione decisamente sopra le righe, definendo la reazione della donna “una violenza insensata su un piccolo di sei mesi”.
Fatto sta che i potenziali clienti sono invitati ad andarsene e questi lasciano una serie di recensioni molto negative sulla pagina del ristorante. Da qui lo sfogo sui social e l’inevitabile dibattito sul rispetto reciproco, e tra chi dà ragione al ristoratore e chi al cliente.

Il punto di vista della ristoratrice

Secondo Alice Giacobone, titolare del ristorante vegano Il Pangolino di Casale Monferrato, il rifiuto non è stato dettato solo da una scelta etica. La ristoratrice spiega che nel suo locale non è consentito introdurre cibo dall’esterno, soprattutto in cucina, per motivi igienico-sanitari e di sicurezza alimentare.

Interviene poi l’identità stessa del locale: un ristorante vegano, dove la presenza di alimenti di origine animale – come un omogeneizzato di carne – entra in conflitto con i valori su cui si fonda il progetto. Giacobone sottolinea di non essere “contro i bambini” e dice che c’erano sicuramente soluzioni alternative, come fornire acqua calda per scaldare il cibo a bagnomaria in sala o, in futuro, offrire omogeneizzati vegetali selezionati direttamente dal locale. Tuttavia, la situazione era arrivata ad un climax di tensione tale che ormai non era recuperabile.

Il problema si poteva risolvere fornendogli dell’acqua calda, affinché potessero scaldare il pasto al bimbo, ma dopo essere stata definita “psicopatica talebana di merd@“, il mio unico desiderio era che se ne andassero.

Il punto di vista dei genitori

La vicenda è diventata rapidamente oggetto di articoli e post sui social, una vera e propria campagna d’odio reciproca. Perché alla serie di recensioni negative lasciate sulla pagina google del ristorante sono arrivati gli insulti per la coppia di genitori mandati via dal locale, con conseguenze anche spiacevoli.

Infatti Carolina e Andrea, i genitori del bambino, si sono rivolti a Fanpage per spiegare il loro punto di vista e fermare la valanga di insulti ricevuti a loro volta.

C’è gente che ha scritto che dovrebbero toglierci i figli. Siamo arrivati a questo

Hanno spiegato le loro ragioni: non avevano scelto l’omogeneizzato pensando al contenuto, ma solo alla necessità pratica di nutrire il figlio. Con il freddo esterno, il cibo non poteva essere somministrato così com’era, e la richiesta di un po’ di acqua calda sembrava una soluzione semplice e immediata.

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Secondo i genitori, la reazione della titolare sarebbe stata brusca e sproporzionata, tanto da creare disagio non solo a loro ma anche agli altri clienti presenti. Il gruppo avrebbe quindi lasciato il locale, mentre la vicenda continuava online con recensioni, repliche e un’escalation di commenti offensivi.

La parte più dolorosa, raccontano, è arrivata dopo: messaggi di odio, accuse pesanti e persino frasi che mettevano in discussione la loro capacità di essere bravi genitori. Un’ondata che la famiglia definisce “insostenibile” e che potrebbe ora avere conseguenze legali.

Un caso che parla a tutte le famiglie

Al di là delle singole responsabilità, questa storia mette in luce un nodo delicato: l’incontro (e talvolta lo scontro) tra le regole dei locali, scelte etiche e bisogni concreti di chi ha bambini molto piccoli.

Se è vero che tantissimi ristoranti sono ormai attrezzati a rispondere alle esigenze dei più piccoli e dei loro genitori, sicuramente dovremmo abituarci anche al fatto che questi servizi non sono imprescindibili. Non è dovuto che il ristoratore abbia un seggiolone per il pargolo, o che abbia il fasciatoio nei bagni del locale o che abbia un menu dedicato ai bambini. Sta forse ai genitori informarsi se il locale è fornito di questi servizi o organizzarsi di conseguenza e pretenderli di diritto non è una soluzione.

La dottoressa Eleonora Riva, psicologa, ha infatti commentato così l’accaduto:

Forse la domanda più utile non è “chi ha ragione”, ma come possiamo tollerare il fatto che in alcuni contesti il nostro bisogno non possa essere soddisfatto, senza viverlo come un attacco personale. Questa è una competenza emotiva fondamentale, soprattutto nella società attuale, dove spesso si confonde il diritto con il desiderio. Riconoscere i limiti non significa mancare di empatia. Significa, piuttosto, accettare che la convivenza passa anche dalla capacità di stare in un “no” senza trasformarlo in un nemico.

Per molte famiglie, mangiare fuori con un neonato significa affrontare imprevisti, organizzazione e compromessi. Per i ristoratori, invece, significa rispettare norme, identità e responsabilità verso tutti i clienti. Forse il vero punto critico, come spesso accade, sta nella difficoltà di comunicare e trovare un terreno comune prima che il conflitto esploda.

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