Plastica e ftalati in gravidanza: le sostanze legate al parto pretermine e alle morti neonatali

10 aprile 2026 –

In questi ultimi giorni ha fatto molto parlare di sé lo studio di alcuni ricercatori del NYU Langone Health, negli Stati Uniti, sull’esposizione alle plastiche correlata al parto pretermine.

I ricercatori hanno analizzato il possibile impatto dell’esposizione agli ftalati e ad altri perturbatori endocrini durante la gravidanza, concentrandosi in particolare sul rischio di parto pretermine. Si tratta di un collegamento già emerso in precedenti studi e che continua ad essere oggetto di approfondimento nella letteratura scientifica.

Il parto pretermine, ovvero la nascita prima della 37ª settimana di gestazione, rappresenta infatti una delle principali cause di mortalità infantile a livello globale. Allo stesso tempo, è riconosciuto come un fattore di rischio significativo per lo sviluppo del bambino nel lungo periodo, con possibili conseguenze sulla crescita, sul sistema neurologico e sulla salute generale.

Il vero legame: esposizione agli ftalati e parto pretermine

I ricercatori dello studio pubblicato su The Lancet si sono concentrati sugli ftalati, sostanze chimiche utilizzate per rendere la plastica più flessibile e presenti, in misura variabile, in molti prodotti di uso quotidiano. Analizzando diversi dati a livello globale, hanno osservato che una maggiore esposizione a questi composti durante la gravidanza è associata a un aumento del rischio di parto pretermine.

Il parto pretermine, cioè prima della 37ª settimana, è già noto per essere una delle principali cause di complicazioni neonatali. Nei casi più gravi, soprattutto in contesti sanitari fragili, può contribuire anche alla mortalità nei primi giorni o settimane di vita.

È proprio attraverso questo passaggio che lo studio arriva a stimare un numero elevato di decessi: circa 72.000 morti neonatali solo nel 2018 in tutto il mondo. Questo non perché gli ftalati causino direttamente la morte dei neonati, ma perché possono aumentare la probabilità di nascita prematura, che a sua volta rappresenta un fattore di rischio importante.

Associazione non significa causa

Uno degli aspetti più delicati nella comunicazione di queste ricerche riguarda la differenza tra associazione e causalità. Lo studio pubblicato su The Lancet evidenzia una correlazione statistica, ma non dimostra un rapporto di causa-effetto diretto.

Questo significa che gli ftalati possono essere uno dei tanti elementi coinvolti, insieme a tantissimi altri fattori, come quelli ambientali, genetici, socioeconomici e sanitari. I risultati si basano su modelli epidemiologici complessi e su stime che tengono conto di diversi scenari, non su una relazione immediata e certa.

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Comprendere questa distinzione è essenziale per evitare interpretazioni fuorvianti ed allarmismi.

Gli interferenti endocrini e la salute dei bambini

Gli ftalati fanno parte della categoria degli interferenti endocrini (come anche il Bisfenolo A), sostanze in grado di interferire con il sistema ormonale. Secondo la Società Italiana di Pediatria, l’esposizione a questi composti durante fasi delicate come la gravidanza e la prima infanzia merita attenzione, perché può influenzare processi fondamentali dello sviluppo.

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Si tratta però di effetti che non dipendono da un singolo contatto o da un episodio isolato, ma da un’esposizione complessiva nel tempo. La quantità, la durata e il momento in cui avviene il contatto con queste sostanze giocano un ruolo determinante, così come le caratteristiche individuali della madre e del bambino.

Una presenza diffusa, ma sempre più regolamentata

Gli ftalati sono stati a lungo utilizzati in numerosi prodotti, dalle plastiche morbide agli imballaggi, fino ad alcuni cosmetici. Negli ultimi anni, però, la loro presenza è stata progressivamente limitata, soprattutto in Europa, grazie a normative più severe pensate per tutelare la salute dei consumatori, in particolare dei più piccoli.

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Oggi, ad esempio, molti prodotti destinati all’infanzia devono rispettare standard rigorosi che ne riducono drasticamente l’utilizzo. Questo non significa che l’esposizione sia completamente azzerata, ma che è più controllata rispetto al passato.

Cosa possono fare davvero i genitori

Di fronte a queste informazioni è naturale chiedersi come comportarsi. La risposta più utile non è cambiare radicalmente le proprie abitudini, ma adottare piccoli accorgimenti che, nel tempo, possono fare la differenza.

Durante la gravidanza e nei primi anni di vita del bambino può essere utile, ad esempio, preferire materiali come vetro o acciaio per conservare e riscaldare gli alimenti, evitando quando possibile la plastica, soprattutto ad alte temperature.

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Anche la scelta di prodotti certificati per l’infanzia e di cosmetici con ingredienti trasparenti può contribuire a ridurre l’esposizione complessiva.

Si tratta di gesti semplici, che non devono diventare fonte di stress, ma strumenti di maggiore consapevolezza.

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