5 maggio 2026 –
Le parole che usiamo con i figli possono sembrare naturali, quasi automatiche. Eppure, negli ultimi giorni, proprio una di queste espressioni — “ti amo” — è finita al centro di un acceso confronto pubblico dopo le dichiarazioni della psicoterapeuta Stefania Andreoli.
Intervenendo in tv, Andreoli ha sostenuto che dire “ti amo” ai figli sarebbe inappropriato, perché nella lingua italiana questa espressione appartiene soprattutto alla relazione di coppia. Il suo intervento ha rapidamente superato i confini del dibattito televisivo, arrivando sui social e dividendo opinioni, anche tra i professionisti.
Linguaggio e ruoli: il punto della psicoterapeuta
Al centro della sua posizione non c’è una messa in discussione dell’amore genitoriale, ma il modo in cui viene espresso. Secondo Andreoli, il linguaggio ha una funzione importante nella costruzione delle relazioni e nella distinzione dei ruoli.
Questo dibattito parte dal fatto che la distinzione tra “ti amo” e “ti voglio bene” è abbastanza forte nell’italiano.
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La distinzione tra diversi tipi di amore non è solo italiana, ma cambia molto da lingua a lingua. In alcuni casi è codificata nelle parole, in altri è affidata al contesto. E proprio qui nasce il punto centrale del dibattito: non è solo ciò che si prova, ma anche come la lingua ci abitua a esprimerlo. Come nell’inglese, c’è un’unica espressione copre diversi tipi di relazione, mentre in italiano esiste una separazione più marcata, legata anche a fattori culturali e storici.
In questo senso, “ti voglio bene” rappresenterebbe una forma di affetto più coerente con il legame tra genitori e figli, proprio perché priva di connotazioni romantiche.
Il contesto: una frase isolata da un discorso più ampio
Le parole della psicoterapeuta Stefania Andreoli hanno fatto discutere soprattutto perché sono circolate in forma sintetica, spesso fuori dal contesto in cui erano state pronunciate. Era durante un’intervista per la trasmissione Agorà, in cui presentava anche il suo ultimo libro, Un’ottima famiglia.
Il «ti amo» detto al figlio chiama fuori il partner, confonde i ruoli, non permette di distinguere le sfumature dei sentimenti, e rischia di far passare il “ti voglio bene” come un sentimento di serie B, quando è il numero uno perché il bene non passa mai
Nel corso dell’intervista, il riferimento non era solo alla scelta di dire o meno “ti amo” ai figli, ma a una riflessione più ampia sul modello educativo contemporaneo. In particolare, Andreoli si inserisce in una linea di pensiero critica verso quelle famiglie in cui il rapporto tra genitori e figli tende a diventare sempre più “simmetrico”, quasi alla pari.
La reazione del pubblico è stata immediata. Molti genitori hanno respinto l’idea che “ti amo” possa essere inappropriato, rivendicando la libertà di usare le parole che sentono più vicine alla propria esperienza emotiva. In diversi interventi, il punto ricorrente è che l’amore per i figli non sarebbe paragonabile a nessun altro e che limitarne l’espressione linguistica rischierebbe di impoverirlo.
Accanto a queste posizioni, c’è chi ha invitato a leggere le parole di Andreoli come uno spunto di riflessione più che come una regola. In questa interpretazione, il tema non è stabilire cosa sia giusto o sbagliato dire, ma interrogarsi su quanto il linguaggio contribuisca a definire i confini delle relazioni e a rendere riconoscibili le diverse forme di affetto.
In un secondo momento la psicoterapeuta ha infatti maggiormente approfondito la questione in due video su TikTok:
@lastefiandreoli Dire ti amo ai figli? 2 di 2 #pensaté #tiamo #polemica #famiglia ♬ audio originale – lastefiandreoli
Cosa conta davvero per i bambini
Dal punto di vista psicologico, non esistono indicazioni univoche. Ciò che dovremmo considerare centrale è la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, insieme alla capacità del bambino di sentirsi accolto e al sicuro nel legame con i genitori. Le parole, in questo senso, sono uno degli strumenti attraverso cui passa l’affetto, ma non l’unico.
Il confronto nato attorno a questa vicenda mette in luce un aspetto spesso dato per scontato: il linguaggio emotivo non è neutro e riflette abitudini culturali, storie familiari e sensibilità individuali. In alcune famiglie “ti amo” è un’espressione naturale anche tra genitori e figli, in altre non lo è, senza che questo comporti necessariamente una differenza nella qualità del legame.
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Al di là delle posizioni più nette, il dibattito ha riportato l’attenzione su un punto essenziale. Le parole possono cambiare, adattarsi, evolvere. Ma per un bambino resta fondamentale percepire in modo chiaro e costante l’affetto dei genitori. Che si dica “ti amo” o “ti voglio bene”, quello che davvero conta è che quel messaggio arrivi senza ambiguità — e resti nel tempo.




