Afghanistan, cure materne a rischio: costi, trasporti e poche dottoresse ostacolano mamme e bambini

In Afghanistan molte donne arrivano tardi alle cure o non riescono ad accedervi: costi, trasporti e carenza di personale femminile mettono a rischio mamme e neonati.

07/09/2026

In Afghanistan gravidanza, parto e periodo postnatale restano difficili da affrontare per molte donne. Costi di trasporto e medicine, strutture insufficienti e carenza di personale sanitario femminile rendono più complicato ricevere assistenza in tempo. Il report di Emergency presentato al Festival dell’ong di Reggio Emilia racconta una crisi che pesa sulla salute di madri e neonati, nel contesto di povertà, restrizioni ai diritti delle donne e riduzione degli aiuti internazionali.

Raggiungere le cure può essere impossibile

Emergency offre assistenza gratuita a donne e bambini nel Centro di maternità di Anabah e nelle cliniche di cure primarie presenti in cinque province. Tuttavia, secondo l’organizzazione, le difficoltà economiche restano tra le principali barriere: anche quando i servizi dovrebbero essere gratuiti, esami e prestazioni specialistiche possono imporre alle famiglie il ricorso a strutture private.

Il report rileva che nessuna delle cliniche di base esaminate dispone di ecografia. Terapie intensive, banche del sangue e diagnostica avanzata sono invece concentrate in poche strutture, spesso sovraffollate. In 17 delle 18 strutture primarie analizzate, riferisce Emergency, le donne non accedono ai servizi o vi arrivano troppo tardi perché le famiglie non riescono a sostenere i costi di medicine e trasporti.

Le ambulanze risultano disponibili soltanto in circa un terzo delle strutture analizzate; Emergency segnala inoltre che non sono sempre attive con continuità o adeguatamente equipaggiate. Per chi vive nelle aree più remote, la distanza dai servizi attrezzati può quindi interrompere il percorso di assistenza già prima del parto.

La carenza di dottoresse e i controlli tardivi

Un altro ostacolo riguarda il personale sanitario femminile. Nelle 18 strutture di assistenza primaria considerate fuori dalla rete di Emergency, soltanto una dispone di una dottoressa. Il divieto di accesso all’università e alla specializzazione limita la formazione di nuove ginecologhe e specialiste; in molti casi, segnala il report, sono le ostetriche a gestire complicanze e procedure d’emergenza senza il supporto di specialisti.

Le criticità proseguono dopo la nascita. La dimissione entro sei ore dal parto è una pratica diffusa in 25 delle 28 strutture analizzate, mentre il report di Emergency richiama le 24 ore come tempo raccomandato. Questa permanenza ridotta lascia meno spazio all’osservazione di madre e neonato nel periodo immediatamente successivo al parto.

Anche l’accesso alle visite prenatali è spesso tardivo: secondo i dati raccolti da Emergency, il 54% delle donne arriva al primo controllo nel secondo o nel terzo trimestre e solo l’11% completa quattro visite. Al Centro di maternità di Anabah, i ricoveri in terapia sub-intensiva sono aumentati del 45% nell’arco di cinque anni.

Il nodo per famiglie e scuola

Nel Paese 21,9 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria e 14,4 milioni hanno bisogno di cure sanitarie. Emergency chiede aiuti di lungo periodo, il ripristino del diritto allo studio e al lavoro per le donne e investimenti nella formazione sanitaria. Per le famiglie, il nodo concreto resta poter contare su un’assistenza continua: dalla visita in gravidanza al parto, fino ai controlli per mamma e neonato.

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