AI nei compiti, i genitori dicono sì all’Intelligenza Artificiale per paura che i figli restino indietro

La paura che i figli restino indietro spinge i genitori a dire sì all’AI nei compiti, anche se il 57% preferirebbe che nessuno studente la utilizzasse.

Trasparenza editoriale: questo articolo è stato realizzato con il supporto dell’intelligenza artificiale, sottoposto a verifiche automatizzate delle informazioni e revisionato dalla redazione di Mamme.it.

14/10/2026

La paura che i figli restino indietro spinge molti genitori a dire sì all’Intelligenza Artificiale nei compiti, anche se ne temono i rischi educativi. È il paradosso rilevato da uno studio pubblicato su PNAS: il 57% preferirebbe che nessuno studente la utilizzasse.

Lo studio: perché i genitori temono lo svantaggio

La ricerca ha coinvolto 1.992 genitori di ragazzi tra i 13 e i 18 anni negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito. Ai partecipanti è stato chiesto quanto avrebbero pagato per tre mesi di accesso premium, senza restrizioni, a un sistema di AI generico da usare per i compiti. Le domande presentavano scenari diversi, nei quali cambiava la percentuale di compagni che utilizzavano lo strumento.

Quando, negli scenari proposti, l’uso dell’AI tra gli altri adolescenti passava dal 20% all’80%, la disponibilità a pagare aumentava di oltre il 60%. Il dato riguarda dunque le risposte dei genitori a situazioni ipotetiche, non acquisti effettivi. Secondo i ricercatori, negare l’accesso può apparire ai genitori una scelta che rischia di mettere il figlio in svantaggio rispetto ai coetanei. Tra gli autori dello studio c’è Rafael Jiménez-Durán, dell’Università Bocconi.

Il 57% preferirebbe limiti uguali per tutti

La maggiore disponibilità a garantire l’accesso al proprio figlio convive con una posizione diversa sulle regole collettive: il 57% degli intervistati ha dichiarato di preferire una situazione in cui nessuno studente possa usare strumenti di AI. Se però gli altri ragazzi possono utilizzarli, per un genitore diventa più difficile scegliere di escludere soltanto il proprio figlio.

Nello studio è stata valutata anche la reazione alle informazioni sui possibili effetti educativi di un uso illimitato dell’AI, come l’erosione delle capacità di ragionamento. Informare i genitori di questi rischi non ha modificato in modo significativo la loro propensione a consentire l’accesso. La preoccupazione per le conseguenze a lungo termine, quindi, non elimina il timore di uno svantaggio immediato rispetto ai compagni.

Regole condivise e strumenti diversi

Poiché la decisione di ciascuna famiglia risente di ciò che fanno le altre, gli autori indicano nel coordinamento tra famiglie e scuole una possibile risposta. Regole scolastiche, norme condivise o approcci comuni potrebbero affrontare una pressione che la sola informazione sui rischi non sembra sufficiente a ridurre.

Conta anche quale AI viene proposta agli studenti. Di fronte a un sistema di tutoraggio strutturato e a un risolutore di problemi matematici orientato a fornire risposte, i genitori hanno espresso livelli di consenso diversi. Non tutti gli strumenti, quindi, sono percepiti allo stesso modo.

I risultati riguardano tre Paesi e potrebbero non ripetersi con la stessa intensità in sistemi educativi diversi, o dove cambiano il coinvolgimento digitale e la competizione scolastica. Per famiglie e scuole, il nodo concreto è definire insieme quali usi dell’AI consentire nei compiti, senza lasciare ogni genitore solo davanti al confronto con i compagni del figlio.

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