Le gravidanze difficili non si raccontano…

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Le gravidanze difficili non si raccontano in pubblico, le persone non sono abituate a sentire storie tristi sui pancioni perché la gravidanza è vista come un momento magico, dolcissimo e pieno di emozioni positive. Non si raccontano perché tutti vogliono la favola, ma anche perché a volte le mamme si vergognano a dire che è stato difficile, che se non fosse stato per un miracolo o per la bravura dei medici i loro figli non sarebbero mai nati. Che in alcuni momenti avrebbero voluto mollare la spugna.

C’è un misto di paura in questo e anche un qualche atavico e stupido senso di colpa per “non aver fatto bene il lavoro per cui siamo chiamate”. Per non essere state all’altezza. Come se ci fosse da qualche parte una stupida classifica sulle prestazioni materne che attribuisce il massimo punteggio a quelle che sono rimaste incinta subito e hanno avuto una gravidanza senza problemi. Le “predilette”… ma da chi?

Le gravidanze difficili non si raccontano agli altri, ma a te posso raccontarla. A te che ora mi guardi con quegli occhi spalancati e ignari di tutto e che pur non sapendo bene per cosa stavi lottando ti sei aggrappato all’istinto e ti sei lasciato trasportare verso la vita.

Non sono una persona coraggiosa nella vita, non sono una temeraria, a voler ben vedere sono una cagasotto, una che lascia perdere alla prima difficoltà, che va nel panico appena inizia la salita. E te lo dico sinceramente: non avrei fatto quello che ho fatto per te per nessun altro al mondo.

Otto mesi di corse affannate in pronto soccorso, pensando che ogni volta sarebbe stata l’ultima, 8 mesi ferma a letto, senza vita sociale o una qualsiasi attività di svago. Ero solo il tuo contenitore, non avevo più nulla di mio. Otto mesi sotto vuoto, di cui due in un letto di ospedale con un parto cesareo d’urgenza che incombeva con un finale a sorpresa. Lo stress, il ricovero prolungato (sono ipocondriaca e l’ultimo posto dove vorrei stare è l’ospedale), la solitudine, la non vita: eri diventato il mio tutto anche se neanche ti conoscevo e soprattutto non sapevo se ti avrei mai conosciuto.

Il parto difficile, il dolore, il recupero infinito mentre tutte le altre mamme uscivano dopo pochi giorni. Tu in rianimazione per due settimane. Una volta tornati a casa l’ansia perché eri prematuro e dovevo tenerti come una sorta di oracolo evitando qualunque contaminazione. Se guardo indietro e poi guardo te ora pieno di vita e di sorrisi, faccio fatica a crederci, a credere di averlo fatto, di aver resistito. Faccio fatica a credere che un incubo simile si sia trasformato in una gioia costante.  

Le gravidanze difficili non si raccontano, te lo dicevo, perché il pensiero di una mamma imperfetta, fragile e infelice fa paura, sembra contro natura. Tu non farlo però, non avere paura, perché anche se la mamma è una cagasotto sa tirare fuori risorse inaspettate quando si tratta di te.

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