Mio figlio la mia fatica non la ricorderà. E va bene così

essere mamma la mia fatica

A mio figlio dovrò raccontare tutto di noi, tutti gli anni che non potrà ricordare, tutte le sue prime volte, tutte quelle che lui non sarà in grado di ricordare da solo, almeno.

Dovrò raccontargli cos'è che lo faceva ridere fin quasi a fargli venire le lacrime, cosa lo terrorizzava senza motivo, quali canzoncine lo facevano danzare felice e cantare a perdifiato. Dei giochi che facevamo, quelli solo nostri inventati da noi.

Dovrò raccontare tutta la mia fatica perché lui non la ricorderà.

Non ricorderà se è stato allattato o meno, né quanto a lungo. Nella sua vita, a lui poco importerà di essere stato svezzato a 5 mesi invece che a 7 e di non aver preso (o preso) latte artificiale nei suoi primi mesi di vita. Non ricorderà di quando la notte non riusciva a dormire e io lo cullavo a lungo, camminando ai piedi del letto perché appena mi sedevo lui ricominciava a piangere e il sonno pungeva, tanto da farmi male agli occhi e da farmi domandare spesso com'è che facessi a stare ancora dritta.

Non ricorderà nemmeno di quante tempo abbiamo impiegato per capire insieme come passare dal pannolino alla pipì "da grandi": tempo e lavatrici. E spiegazioni, e frustrazioni sue e pazienza mia. Non ricorderà il mio spavento quando, a pochi mesi, ha avuto la sua prima febbre e io, nel cuore della notte ho chiamato la mia di mamma perché mi sembrava davvero l'unica cosa saggia da fare.

Non ricorderà la mia fatica, la mia stanchezza, le mie preoccupazioni a fine giornata, le mie corse per incastrare tutto, lavoro, me, lui, né ricorderà i pianti chiusa in bagno quando questa responsabilità ai miei occhi appariva davvero troppo grande.

A mio figlio dovrò raccontare che non ho smesso di lavorare quando lui è arrivato, che ho lottato ogni giorno per avere ancora un pochino di spazio per me, che non ho mai del tutto abbandonato quella donna che c'era prima di lui, prima che io diventassi madre. Dovrò raccontare quante volte, la mattina, uscendo di casa per andare al lavoro ho pianto perché lui mi voleva con sé, ma io avevo il mio ufficio che mi aspettava e non volevo né potevo farlo aspettare. E ancora dovrò raccontare le rinunce, le influenze alla vigilia ogni weekend che, frettolosamente, ci costringevano a cambiare i programmi all'ultimo minuto, gli inverni passati "tappati" in casa per via del freddo, le estati, anzi l'estate, passata ugualmente "tappati" in casa per via del troppo caldo.

Quello che ero prima di lui, i miei sentimenti più profondi, il sacrificio, l'abnegazione, l'accudimento, lui che chiama e io che corro, sempre, ad ogni suo bisogno, dal più piccolo ed inutile, al più grande ed importante. Mettersi al secondo posto perché ora il primo è occupato da lui, da quel corpicino e quegli occhietti pieni di meraviglia.

A mio figlio dovrò raccontare tutto questo perché lui la mia fatica, tutta quella fatta ogni giorno, non la ricorderà.

Ma ho deciso che è giusto così e invece di raccontargli la fatica gli parlerò dell'amore.

2 comments

Lascia un commento