10 marzo 2026 –
Una mamma sui social si lamenta che da quando è nato il figlio non dorme più di 4 ore a notte. Un’altra condivide la frustrazione di avere un bambino che mangia solo pasta in bianco e prosciutto.
Non cercano applausi o lezioni di vita: spesso chiedono solo un consiglio, o semplicemente un po’ di comprensione. Non sanno come fare, chiedono aiuto, un supporto, un semplice patpat sulla schiena che dica “ti capisco, ci siamo passati anche noi“.
E invece, molto spesso, quello che ricevono sono giudizi, sentenze di fallimento da parte di chi si sente superiore a loro, da chi ha capito tutto sulla vita, l’universo e tutto quanto. A volte da persone che figli non ne hanno nemmeno.
Quando lamentarsi (e condividere le proprie esperienze) è un diritto
Succede spesso anche d’estate, quando circolano meme sui genitori che si lamentano della fatica di portare i figli in vacanza. Si ironizza e si scherza, ovviamente. Ma immancabili sotto gli sfoghi di queste mamme sono i commenti acidi delle persone: “Ma perché fate i figli se poi vi lamentate?! bastava non farli!”.
Quando sento questi commenti, alcuni venuti anche da mamme (immagino abbiano avuto dei bambini “angelici”, visto che loro non si sono lamentate mai e dico MAI), mi viene spontaneo pensare a quanto siano assurdi.
Perché se ci pensate bene sarebbe come dire:
- “Perché lavori se poi ti lamenti di essere stanca?”
- “Perché hai preso un cane se poi ti lamenti che devi portarlo fuori anche quando piove?”
- “Perché hai un gatto se poi ti lamenti dei peli sul divano?”
La vita è fatta anche di fatica. E parlarne non significa rinnegare le proprie scelte.
Lamentarsi non significa rinnegare le proprie scelte
Dietro molti sfoghi sui social non c’è ingratitudine, ma stanchezza.
C’è una mamma che allatta e dorme tre ore a notte.
C’è un papà che cerca di capire come gestire i capricci di un bambino di due anni.
C’è una famiglia che prova ogni giorno a fare del proprio meglio.
Eppure sotto quei racconti arrivano spesso i consigli non richiesti:
Potevi dargli il biberon.
Potevi fare come facevano le nonne di una volta che il bambino si lasciava piangere.
Hai voluto allattare al seno? Ora arrangiati.
Potevi fare questo e quello.
Anzi fai così, non farlo proprio il figlio, visto che ti lamenti.
Un clima che pesa anche su chi vorrebbe diventare genitore
Ed è qui che emerge una riflessione più ampia. Sempre più persone si chiedono se mettere al mondo un figlio oppure no. Le ragioni sono tante: economiche, lavorative, culturali.
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Ma c’è anche il clima che si respira.
Da una parte i bambini vengono sempre più spesso percepiti come un problema negli spazi pubblici.
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Dall’altra, i genitori vengono giudicati continuamente: troppo permissivi, troppo severi, troppo presenti, troppo assenti. Qualunque scelta sembra sempre quella sbagliata. Come fai sbagli.
Ma volete mettervi nei panni di una mamma o di una donna che vorrebbe diventare mamma? Mettetevi nei panni di questa mamma, e anche di un papà, visto che parliamo di futuri genitori.
Immaginatevi la scena: una coppia si guarda negli occhi, e i due si chiedono se è giunto il momento di mettere su famiglia e poi dicono: “ma sai che c’è? ma chi ce lo fa fare??“
Prima era davvero più facile fare e crescere un figlio?
Prima era davvero più facile crescere un figlio? Spesso si sente dire: “Una volta era tutto più semplice.”
In realtà non era necessariamente più facile. Era semplicemente diverso. In molte famiglie c’era una rete di supporto più forte: nonne, zie, vicini di casa. I bambini passavano più tempo insieme agli altri adulti della comunità. Oppure restavano a casa da soli. Adesso invece non è più pensabile.
E soprattutto le difficoltà restavano più spesso dentro le mura di casa. Non era ammissibile che dicessero in pubblico che crescere un figlio fosse difficile. Le mamme faticavano anche allora, ma avevano meno spazi per raccontarlo.
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Oggi invece la genitorialità è più visibile, più discussa, più analizzata.
E questo è anche un bene, perché significa poter condividere esperienze e non sentirsi soli. Oggi fortunatamente non è più così: si parla molto di più di maternità, di quelli che una volta erano i tabù (come l’infertilità o l’aborto).
Oggi parliamo di una genitorialità molto più visibile e imperfetta. E questo non vuol dire che tutto sia vissuto come un problema, semplicemente che cerchiamo di essere genitori un po’ più consapevoli dei nostri stessi genitori.
Troppi consigli, troppe voci
Il problema è che internet ha moltiplicato le opinioni. Ogni giorno i genitori leggono articoli e messaggi come:
- questa cosa fa bene al tuo bambino
- se fai così crescerà sano ed equilibrato
- se fai cosà avrà problemi
Capita spesso che uno studio smentisca quello precedente. Tra esperti, influencer, parenti e commentatori online, i genitori finiscono sommersi da consigli che dicono tutto e il contrario di tutto.
È normale sentirsi confusi.
Un piccolo esercizio di empatia
Per questo forse servirebbe fermarsi un attimo prima di scrivere certi commenti. Prima di criticare una mamma o un papà che si sfoga online, proviamo a immaginare una scena diversa.
Immaginiamo che quella persona sia nostra figlia.
O nostra sorella.
O qualcuno a cui vogliamo bene.
Una persona stanca, magari in difficoltà, che sta semplicemente cercando ascolto.
Forse, a quel punto, la risposta sarebbe diversa.
Perché dietro ogni sfogo c’è quasi sempre un genitore stanco, sì.
Ma anche profondamente innamorato dei propri figli.
E a volte tutto ciò di cui ha bisogno non è un giudizio.
Ma un po’ di comprensione. ❤️




