Sepsi neonatale, i segnali possono essere sfumati: perché il riconoscimento precoce conta

Nei neonati la sepsi può iniziare con segnali poco evidenti. La Sin richiama l’importanza del riconoscimento precoce, della prevenzione e della ricerca sui test rapidi.

13/09/2026

La sepsi è tra le principali cause di morte nei primi 28 giorni di vita a livello mondiale, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, soprattutto tra i prematuri e nei Paesi a basso reddito. La Società italiana di neonatologia (Sin) richiama l’attenzione su diagnosi precoce, prevenzione delle infezioni neonatali e ricerca: nel neonato, infatti, l’esordio può essere poco evidente e anche poche ore di ritardo possono incidere sulla prognosi.

I segnali iniziali nei neonati

Secondo la Sin, i sintomi iniziali della sepsi neonatale possono essere sfumati e difficili da distinguere: difficoltà ad alimentarsi, ridotta reattività, alterazioni della temperatura corporea, difficoltà respiratoria, colorito pallido o marezzato.

Una criticità riguarda i tempi necessari per la conferma diagnostica e per orientare una terapia mirata. Le indagini colturali sono il riferimento e l’emocoltura può richiedere spesso da 36 a 72 ore. La Sin sottolinea il valore del riconoscimento precoce; le linee guida pediatriche della Surviving Sepsis Campaign, aggiornate nel 2026, richiamano il trattamento tempestivo e indicano la somministrazione di antibiotici entro la prima ora nei casi di shock settico.

Prematuri, nati a termine e prevenzione

Per la Sin, le infezioni invasive restano una delle principali complicanze dei neonati prematuri ricoverati in Terapia intensiva neonatale. Nei nati a termine, la sepsi precoce è invece relativamente rara, con un’incidenza stimata largamente inferiore a un caso ogni 1.000 nati vivi. La società scientifica collega il dato soprattutto allo screening materno per Streptococcus agalactiae e alla profilassi antibiotica durante il parto nei casi a rischio.

Nei grandi prematuri e nei neonati con peso inferiore a 1.500 grammi, la sepsi tardiva continua a essere una complicanza frequente durante il ricovero. La Sin indica fra gli interventi prioritari l’assistenza ostetrica qualificata, la prevenzione delle infezioni materne, l’igiene delle mani, l’allattamento al seno, l’uso appropriato degli antibiotici e sistemi di sorveglianza efficaci nelle Terapie intensive neonatali.

Test rapidi e reti di sorveglianza

Pcr multiplex, metagenomica, trascrittomica, metabolomica e profilazione genica dell’ospite sono fra gli strumenti studiati per una diagnosi più veloce. Mario Giuffrè, segretario del gruppo di studio Infettivologia neonatale della Sin, spiega che queste tecnologie potrebbero identificare l’infezione molte ore prima dei metodi tradizionali e contribuire a personalizzare le terapie, riducendo l’uso improprio di antibiotici.

Nel 2025 l’Oms ha pubblicato un documento per orientare lo sviluppo di test rapidi destinati alle infezioni batteriche gravi in neonati e lattanti. In Italia, le Terapie intensive neonatali partecipano a programmi nazionali di sorveglianza; le reti collaborative promosse dalla Sin raccolgono dati epidemiologici, monitorano microrganismi e resistenze agli antibiotici e favoriscono protocolli condivisi. Per le famiglie, il punto concreto resta questo: mentre l’emocoltura può richiedere fino a 72 ore, riconoscimento precoce e accesso tempestivo alle cure restano centrali.

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