Depressione e maternità: non esiste solo quella post-partum

Si parla tanto di depressione post-partum, ma in realtà molte donne che cercano la maternità soffrono di depressione anche prima di provare o di rimanere effettivamente incita.

Lo so che può sembrare un ossimoro l’idea di una donna in preda all’ansia e alla malinconia che cerca di dare la vita a qualcun altro, una vita in cui dovrebbe credere e che invece magari molto spesso le appare come una fatica o come inutile.

Il desidero di vita e la sua negazione possono convivere nella mente e nel cuore di una persona: l’incapacità di amare sé stessi non sempre è un limite ad amare altri.

Molte volte mi sono chiesta se questo poteva rappresentare un limite, se il soffrire di depressione e attacchi di panico doveva essere un freno al desiderio di diventare madre. Ma questo pensiero forse dovrebbe valere per le donne malate di qualunque malattia… o che devono assumere farmaci per stare bene mentalmente, ma anche fisicamente.

La gravidanza così come la maternità sono “stati” del corpo e della mente che mettono a dura prova il proprio equilibrio, anche quando tutto è in ordine, figuriamoci quando già qualcosa vacilla. Il dolore di una depressione accieca, rende egoisti, non lascia margini d’azione, anestetizza mente e cuore.

In effetti non è semplice e l’idea dorata che l’amore per un figlio guarisca tutto è una gigantesca balla. Il male di vivere purtroppo non si cura (solo) con l’amore, ha radici profonde, lontane, arriva da cunicoli del cuore troppo cupi e sporchi, da vissuti difficili e tormentati, per essere illuminati da qualcosa di così perfetto, semplice e limpido come l’amore.

Ma oltre ad essere madre sono figlia, di una donna che ha sofferto a sua volta di depressione e di tutti gli annessi e connessi. Quindi posso vedere le cose anche dall’altra parte della vetrina e so con certezza che c’è una sola cosa che pretendevo da lei. Non la perfezione, non la felicità né la spensieratezza, non l’ottimismo e le giornate felici al parco. In fondo pretendevo solo che mi amasse, che non smettesse di farlo anche nel suo dolore, che quel malessere che la allontanava da me non annullasse completamente il suo sentimento nei miei confronti. L’avrei aspettata, a distanza, avrei aspettato che le nubi passassero, avrei capito che in quel momento non c’era spazio per me, che la sofferenza era totalizzante e invalidante, ma quello che mi importava e che volesse continuare ad essere mia madre e fosse sempre consapevole che quel male non avrebbe mai potuto intaccare l’amore che ci univa.

La domanda conclusiva che mi sono posta è stata questa: riuscirei ad amare un figlio nel dolore? Ho risposto sì.

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