La febbre del sabato sera

Non è vero che il peggio è passato. Il peggio deve ancora venire (pure il meglio, sì ma oggi si parla del peggio).

Il peggio che deve venire è l’inverno tappati in casa per colpa delle influenze. Il peggio sono i virus del weekend. Il peggio è che tutto questo, spesso, coincide con il primo anno di asilo, quel momento in cui – per capirsi – in testa ti risuona un ritornello che più o meno fa così: “Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’ho fattaaaa“.

E no, mie care mamme, non ce l’avete fatte nemmeno un po’. Che il primo anno sia stato un anno duro lo so benissimo ma se mi guardo indietro vedo un inverno di Nano in salute e pieno di buonumore. Da questo settembre, invece, il ritmo è di quasi una febbre a settimana che scoppia, che ve lo dico a fare, sempre di venerdì. Talvolta di giovedì. E finora (per fortuna) solo di febbre di parla. Che io non oso pensare a tutta quella schiera di malattie fastidiosissime e di lunghissimo decorso che prevedono bolle, puntini o pustole addosso ai nostri figli.

E mentre la mia impeccabile organizzazione di fine settimana crolla inesorabilmente a suon di termometri che segnano temperature alte, io capisco che non posso far altro che rassegnarmi. Che non c’è proprio niente da fare. Che non si può prevenire solo curare. E trovare il modo di far passare il tempo nella maniera più piacevole possibile.

Perché un inverno intero è lungo, perché ad ogni influenza loro, il nostro sistema nervoso è messo a dura prova, perché la notte non si dorme (di nuovo) ma la mattina si lavora ugualmente. Perché c’è un mondo là fuori e molto spesso la tentazione di abbandonarsi al malumore è troppo forte.

Non so come sopravvivremo, a dirla tutta non so nemmeno come abbiamo fatto a sopravvivere da settembre fino ad ora ma, tant’è, ce l’abbiamo fatta. Si colora, si cucina (per finta), si legge (poco) si guarda la tv (molta), si costruiscono torri che poi vengono buttate giù con un calcio per venti, venticinque volte consecutive, si suonano le pentole, si scoprono mondi fantastici al bagno o dentro i cassetti dell’armadio. Ma soprattutto si passa del tempo insieme, molto di più di quello che si passa normalmente, appiccicati, sempre in braccio, accoccolati. E finisce che lui è quasi più felice del solito. Io no, sia chiaro, ma faccio scorte.

Di tempo passato insieme.

Abbracci.

Baci appiccicosi.

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