14 aprile 2026 –
Per molto tempo si è dato per scontato che i bambini fossero naturalmente più portati delle bambine per la matematica e, più in generale, per le materie scientifiche. Un’idea che ha attraversato generazioni, entrando nelle famiglie, nelle scuole e perfino nel modo in cui spesso gli adulti parlano ai più piccoli. Ma oggi la ricerca scientifica invita a mettere in discussione questa convinzione e fornisce anche qualche certezza.
Già nel 2005 la psicologa cognitiva Elizabeth Spelke aveva espresso una posizione chiara e controcorrente: non esistono differenze innate tra maschi e femmine nelle capacità matematiche e scientifiche. Una tesi che all’epoca fece discutere, ma che oggi trova nuove conferme grazie a uno studio molto ampio basato sui dati della popolazione francese.
Nessuna differenza all’inizio: maschi e femmine partono uguali
La ricerca pubblicata sulla rivista Nature ha analizzato i dati di oltre 2,5 milioni di bambini francesi seguiti per cinque anni, offrendo uno spaccato molto preciso su come si sviluppano le competenze matematiche nei primi anni di scuola. Il dato forse più sorprendente riguarda proprio l’inizio del percorso: prima della scuola primaria, tra bambini e bambine non emerge alcuna differenza significativa.
Le capacità di base legate ai numeri, al ragionamento e alla logica risultano equivalenti. Questo significa che maschi e femmine partono dallo stesso livello e che non esiste un vantaggio “naturale” legato al genere. È un punto fondamentale, soprattutto per i genitori: le bambine non sono svantaggiate in partenza.
Quando nasce davvero il gender gap
Eppure, qualcosa cambia molto rapidamente. Già dopo pochi mesi dall’ingresso alla scuola primaria, i ricercatori hanno osservato la comparsa di un piccolo divario a favore dei maschi. Una differenza inizialmente minima, ma destinata ad ampliarsi con il passare degli anni.
Con il proseguire del percorso scolastico, questo scarto cresce progressivamente: diventa più evidente già in seconda elementare, si rafforza in quarta e si consolida ulteriormente alle medie. In altre parole, il gender gap non è presente all’inizio, ma si costruisce nel tempo.
Questo dato è cruciale, perché sposta completamente il punto di vista: se le differenze non esistono all’inizio, allora devono svilupparsi lungo il percorso educativo.
Non è solo una questione di stereotipi
Per molto tempo si è parlato di stereotipi culturali e pregiudizi sociali, come l’idea che i maschi siano più portati per la matematica e le femmine per altre discipline. Tuttavia, lo studio suggerisce che la questione potrebbe essere più complessa.
Se questi bias fossero così radicati fin dalla prima infanzia, ci si aspetterebbe di osservare differenze già al primo giorno di scuola. Ma i dati mostrano il contrario. Questo porta a ipotizzare che il divario emerga soprattutto all’interno dell’esperienza scolastica.
Le modalità di insegnamento, le aspettative implicite degli adulti e il modo in cui i bambini vengono incoraggiati o meno possono influenzare profondamente la fiducia in sé stessi. Anche piccoli segnali, ripetuti nel tempo, possono contribuire a costruire o limitare la percezione delle proprie capacità.
Il ruolo (delicato) della scuola dell’infanzia
Un elemento particolarmente interessante riguarda un programma introdotto in Francia nel 2019, che prevedeva attività matematiche già alla scuola dell’infanzia. I bambini che avevano partecipato a questo percorso mostravano un lieve divario di genere già all’inizio della primaria.
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Questo risultato non offre una risposta definitiva, ma apre nuove domande. Come vengono proposte queste attività? Vengono offerte le stesse opportunità e lo stesso incoraggiamento a tutti i bambini? È possibile che, anche in modo inconsapevole, si trasmettano aspettative diverse?
Sono interrogativi importanti, perché suggeriscono che il modo in cui si introduce la matematica può avere un impatto già nei primissimi anni.
Cosa possono fare i genitori
Per le famiglie, questi dati rappresentano uno spunto prezioso. Se il punto di partenza è lo stesso per tutti, allora l’ambiente in cui i bambini crescono e imparano diventa decisivo.
Il modo in cui si parla di matematica, le aspettative che si trasmettono e le opportunità offerte possono influenzare la sicurezza dei bambini. Anche frasi dette con leggerezza possono lasciare un segno, soprattutto se contribuiscono a creare l’idea che alcune materie siano “più adatte” a un genere piuttosto che all’altro.
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Al contrario, incoraggiare la curiosità, valorizzare l’impegno e proporre esperienze stimolanti aiuta a costruire un rapporto positivo con le materie scientifiche. Offrire esempi e modelli diversi può inoltre ampliare gli orizzonti e rafforzare la fiducia nelle proprie capacità.
Il talento non ha genere
Il messaggio che emerge da questa ricerca è chiaro e, per molti versi, rassicurante: le bambine non sono meno portate per la matematica e le materie STEM. Se nel tempo si crea un divario, questo non è scritto nel loro DNA, ma è il risultato di un insieme di fattori che possiamo imparare a riconoscere e, soprattutto, a modificare.
Comprendere quando e come nasce il gender gap è il primo passo per ridurlo. E in questo percorso, il ruolo degli adulti – genitori e insegnanti – è fondamentale.
Perché il talento non ha genere. Ma il contesto in cui cresce può fare tutta la differenza.




