8 maggio 2026 –
Avere un figlio, in Italia, continua troppo spesso a coincidere con una frenata sul lavoro.
Non si tratta soltanto di una sensazione condivisa da molte mamme, ma di una realtà confermata dai numeri.
Secondo il nuovo rapporto di Save the Children, nel nostro Paese lavora appena il 58,2% delle madri con figli in età prescolare. Un dato che riporta al centro una questione ancora aperta: quanto costa, alle donne, diventare madri?
La maternità continua a pesare sul lavoro femminile
Il dato più significativo emerso dall’indagine “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026” riguarda la cosiddetta “penalizzazione della maternità” o child penalty, che in Italia raggiunge il 33%.
In pratica, molte donne vedono peggiorare la propria posizione lavorativa dopo la nascita di un figlio: c’è chi riduce l’orario, chi rinuncia alla carriera e chi, invece, esce completamente dal mercato del lavoro.
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Il fenomeno colpisce soprattutto le madri più giovani. Nel settore privato, il 25% delle donne under 35 lascia il lavoro entro un anno dalla nascita del primo figlio. Tra le over 35 la percentuale scende al 12%, ma resta comunque significativa.
Dietro questi numeri ci sono spesso difficoltà concrete che tante famiglie conoscono bene:
- mancanza di servizi per l’infanzia;
- costi elevati degli asili nido;
- lavori precari o poco flessibili;
- difficoltà nel conciliare orari lavorativi e gestione dei figli;
- carico familiare ancora sbilanciato sulle madri.
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E infatti quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio.
Il peso della maternità cambia molto da Nord a Sud
Il rapporto evidenzia anche una forte differenza territoriale.
Tra le madri tra i 25 e i 54 anni con almeno un figlio minore:
- al Nord il tasso di occupazione supera il 73%;
- al Centro si attesta intorno al 71%;
- nel Sud e nelle Isole scende invece al 45,7%.
Questo significa che in alcune aree del Paese diventare madre comporta un rischio ancora maggiore di esclusione lavorativa.
Le difficoltà aumentano soprattutto dove i servizi sono meno accessibili, i trasporti più complessi e le opportunità professionali più limitate.
Le giovani mamme sono le più fragili
Uno degli aspetti più delicati emersi dal rapporto riguarda le madri molto giovani.
Tra le mamme tra i 15 e i 29 anni, il 60,9% non studia, non lavora e non segue alcun percorso di formazione. Una percentuale enormemente più alta rispetto a quella registrata tra i padri della stessa fascia d’età.
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Il rischio è quello di entrare in un circolo difficile da interrompere: meno opportunità formative, meno autonomia economica e maggiore dipendenza familiare.
Quali sono le regioni più “mother friendly”
Nel report, Save the Children ha elaborato anche una classifica delle regioni italiane più favorevoli alla maternità, considerando lavoro, servizi e condizioni sociali.
Nel 2026 al primo posto si trova l’Emilia-Romagna, che supera la Provincia Autonoma di Bolzano. Sul podio anche la Valle d’Aosta.
All’ultimo posto resta invece la Sicilia.
Segnali di miglioramento arrivano dal Piemonte e dalla Calabria, mentre alcune regioni del Nord-Est registrano un peggioramento.
La classifica racconta una realtà importante: dove esistono più servizi, sostegni concreti e politiche familiari efficaci, le madri riescono più facilmente a restare nel mondo del lavoro.
Non è solo una questione economica
Quando una madre lascia il lavoro o rinuncia alle proprie ambizioni professionali, le conseguenze non sono soltanto economiche.
Molte donne raccontano di sentirsi costrette a scegliere tra famiglia e realizzazione personale. E questa pressione può avere effetti anche sul benessere psicologico, sulla fiducia in sé stesse e sulla serenità familiare.
Il tema non riguarda quindi solo le donne, ma l’intera società.
Perché sostenere la maternità significa anche investire nel futuro dei bambini, nella stabilità delle famiglie e nella possibilità di costruire un equilibrio più giusto tra vita privata e lavoro.
Cosa servirebbe davvero alle famiglie
Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di natalità in calo, ma i dati mostrano che molte coppie rinviano o rinunciano ad avere figli anche per motivi legati al lavoro e alla precarietà.
Secondo molte associazioni e osservatori, le misure più urgenti riguardano:
- asili nido accessibili e diffusi;
- maggiore flessibilità lavorativa;
- congedi parentali più equi;
- sostegno alle giovani madri;
- incentivi concreti all’occupazione femminile;
- una cultura del lavoro meno penalizzante verso la genitorialità.
Perché oggi, in Italia, diventare madre continua ancora troppo spesso a significare dover fare più sacrifici degli altri.




