Family Hotel e miniclub: come ti sbologno il figlio

Qualche giorno fa, mi è capitato di leggere dell’osservazione di una mamma ospite di un family hotel, in vacanza con sua figlia. La donna raccontava di aver voluto provare il servizio offerto dalla struttura, dedicata appunto alle famiglie ed ai più piccoli, lasciando la figlia di circa un anno presso le animatrici del miniclub.

Resasi conto che la figlia stava per piangere, ha deciso di rimanere con le animatrici, rinunciando a quell’ora che avrebbe voluto dedicare a se stessa. Durante la permanenza, si è accorta di quanti bimbi e bimbe molti piccole/i venivano lanciate dai genitori tra le braccia delle animatrici del miniclub, nonostante pianti, lacrimi, urla. Rimostranze che, a detta di tale mamma, non si sarebbero calmate, durante i giochi, le coccole e le poche attività che si possono offrire a bambini che non hanno ancora compiuto l’anno.

La mamma in questione era rimasta turbata dal fatto che, se da un lato nessuno del minclub avesse chiamato i genitori interessati, per dir loro che i bambini non si trovassero a loro agio, evidentemente poco propensi a distaccarsi dalla famiglia, dall’altro molte mamme e papà, pur consapevoli in quali condizioni avessero lasciato il figlio/figlia, non avevano voluto rinunciare a quel legittimo momento di libertà offerto dai servizi dell’hotel.

Questo post mi ha fatto riflettere moltissimo ma soprattutto ha creato una specie di spartiacque fra coloro che pensano sia giusto godersi a tutti costi il lecito riposo di cui abbiamo tutti noi diritto, verso coloro che sostengono quante responsabilità non siano affatto delegabili quando in famiglia ci sono ancora bambini molto piccoli.

La guerra fra mamme

Prima di spingerci verso la riflessione sul tema dell’utilità dei minclub quando si va in vacanza con bambini molti piccoli e con quelli che, ad ogni modo, preferiscono stare in famiglia piuttosto che a fare il gioco aperitivo, quello che subito mi è parso imbarazzante è stata la guerra scatenata fra mamme.
Il post che ha sollevato le polemiche non faceva riferimento alle mamme ma alle coppie, eppure tutto quello che ne è conseguito è stata la solita guerra fra povere.

Il riferimento negativo era sempre rivolto solo a noi. A noi mamme che giudichiamo, noi mamme che pensiamo al nostro benessere, a noi mamme che calpestiamo i nostri diritti. Pur mutando i punti di vista, il risultato non cambiava: “oh che mamma di m.”.

Quello che penso ogni volta che mi trovo di fronte ad una cosa simile è che nulla cambierà per noi fino a quando non cominceremo a convincerci che i genitori sono due, per cui può essere anche che a sbagliare sia il nostro partner, oppure entrambi, come semplicemente nessuno dei due.

Io mamma che lavoro

Il secondo dato evidente era l’aggressività di chi sosteneva, in quanto lavoratrice instancabile ed indefessa, di avere il diritto ad essere stanca e a staccarsi dai figli, mollandoli anche in lacrime al miniclub, per la legittima ora d’aria. E che, se una responsabilità c’era, andava trovata tra la planimetria di quel family hotel, precisamente nella zona miniclub, nel quale le animatrici non erano in grado di fare il proprio lavoro o avevano il dovere di chiamare i genitori dei bambini in lacrime. Cosa che, comunque la si pensi, tali genitori non avrebbero apprezzato, in quanto già sapevano di averli lasciati piangenti!

La mamma che lavora, che viene sempre considerata una razza a parte, in un mondo in cui oramai si lavora tutte (chi non lo fa è o perché è stata appena licenziata, o sta cercando dopo aver cambiato, o sta studiando per farlo, o è stata buttata fuori dal Governo Ladro) non sopportava l’onta di sentirsi giudicata dal post iniziale.

Tanto è vero che paragonava il dover lasciare il figlio al miniclub per riposarsi- sacrosanto diritto messo in discussione da che mondo è mondo solo da alcuni maschi, quasi mai dalle nostre simili- dal dover lasciare al nido il bambino per andare a lavorare. Dunque, chi la giudicava, se c’era qualcuno che la giudicava, in automatico metteva in discussione il lavoro femminile, quando bisogna lasciare un bambino al nido per andare a timbrare il cartellino.

Il family hotel: se lo pago ne voglio usufruire

Infine, c’erano quelle che, dopo aver pagato fior di euro per pernottare in un family hotel, sentono di avere il diritto, anch’esso sacrosanto, di lasciare i pargoli, ogni qualvolta sia garantito dalla soglia anagrafica prevista per l’accesso al miniclub.

Pur sapendo che questo possa comportare pianti e lacrime, da chi con noi vorrebbe passare un po’ di tempo, visto che già durante l’anno viviamo separati molte ore dalla nostra prole.

Ora, è ovvio che ci siano anche altre realtà, che questo post non aveva contemplato. Come le famiglie in cui tutti sono sereni, nelle quali la coppia riesce a ritagliarsi dei momenti per sé, mentre i figli sono felici di giocare con altri bambini e con il personale qualificato. Bambini forse anche per età consapevoli che quello, da parte dei genitori, non era un tentativo di abbandono alla Hansel e Gretel, ma solo un’opportunità per giocare con i loro simili, mentre mamma e papà sarebbero tornati a prenderli, più felici e rilassati, per proseguire la giornata o il resto della vacanza insieme.

Family Hotel e miniclub: come ti sbologno il figlio

Purtroppo questo è uno di quei temi in cui ognuno rimane arroccato alle proprie idee, senza aprirsi ed ascoltare, leggere tra le righe. E questo avviene in quanto abbiamo tutti un po’ la coda di paglia e un bel mazzo di sensi di colpa.

Tutte pensiamo di fare il massimo per i nostri figli ma, a sera, prima di chiudere gli occhi, ci vengono i dubbi e non ci sentiamo adeguatamente preparate a svolgere il compito più duro che si possa assegnare ad un essere umano.

Per questo, come belve, ci accaniamo sull’altra, che ci restituisce un’immagine di noi veritiera ma solo se siamo noi stesse a calzarla.

Io non sono mai stata in un family hotel, onestamente, non me lo sono mai potuta permettere. Ma sono stata ospite in strutture che mettevano a disposizione dei miniclub. In queste circostanze ho sempre pensato che mi avrebbe fatto molto comodo mandarci le mie figlie: per recuperare il sonno notturno di cui ero creditrice, per gestire la sorella più piccola, per far fare loro amicizia con altri bambini. Lì dove è stato possibile farlo, l’ho fatto, lì dove le mie figlie mi hanno fatto capire che non apprezzavano, ho desistito.

Ma non perché sono stata una mamma migliore delle altre, ma perché avrei tradito la mia idea di vacanza in famiglia. Dove la famiglia poteva anche essere composta solo da me e loro senza il papà.

La vacanza in famiglia, per me, non è la mia vacanza nella quale non sapendo dove lasciare le mie figlie, me le porto dietro, ma un momento in cui stare insieme, dedicandoci del tempo completamente diverso rispetto a quello cittadino. Quel famoso tempo di qualità che in città io non riesco a garantire loro, per stanchezza, lavoro, stress, incombenze. Quel tempo fatto di dormire fino a tardi, assoluta mancanza di ritmi militari, prime esperienze insieme, condivisione di brevi fugaci momenti semplici.

Tempo di qualità non privo di tensioni, capricci, rimbrotti ed anche pentimenti per aver creduto ancora una volta che in vacanza sarebbe stato tutto facile! Ma tempo che, per me, non può essere positivo per il mio stato d’animo, se penso alle mie figlie tristi, arrabbiate, deluse dall’idea di stare insieme, mentre le ho lasciate con una simpatica estranea.

Quello che voglio dire è che la mamma in questione ha fatto quello che si sentiva, come quelle e quelli che i bambini serenamente li hanno lasciati nonostante tutto. Non siamo tutte uguali e dobbiamo rispettare le reciproche scelte, anche perché lasciare un figlio (che non vuole) al miniclub non è certamente manco abbandono di minore!

Certo è che quando diciamo che un figlio cresce felice quando la mamma è felice è vero ma con un ma. La felicità di cui parliamo è quella della mamma che si realizza professionalmente, che ritrova quella libertà di cui ha diritto, quando ha una bella vita sociale, quando è circondata da persone che le vogliono bene, cose che si riflettono su di lei e sulla famiglia, che a quel punto vivrà con gioia, con pienezza e non come unico mondo.

Invece, non possiamo spacciarla come felicità positiva per il bambino, quella della mamma e del papà che vivono in modo sordo rispetto ai bisogni e alle fragilità del proprio figlio.

Ma queste sono cose su cui non siamo in grado di ragionare, perché siamo genitori di oggi: pieni di se e di ma e di “io so io, tu non sei un @@@@@”!

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Un commento

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  1. Un articolo molto interessante non mi sono mai permessa di esprimere il mio pensiero per paura di fare nascere delle discussioni antipatiche antipatiche.