Consenso informato e DDL Valditara: a proposito dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole

9 giugno 2026 –

Cosa succede quando la scuola fa un passo indietro su temi delicati come l’affettività e la sessualità? Il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge Valditara, introducendo l’obbligo del consenso informato per i progetti scolastici legati all’educazione sessuo-affettiva.

A prima vista, per noi genitori, la formula “consenso informato” può suonare rassicurante: sembra restituirci il controllo e la libertà di scelta sull’educazione dei nostri figli. In realtà, guardando da vicino l’impianto di questa norma (nata da una proposta del deputato Rossano Sasso), emerge un paradosso: l’idea di “proteggere” i ragazzi rischia di tradursi in un preoccupante abbandono, soprattutto per i più giovani e i più vulnerabili.

Il paradosso del consenso: chi tuteliamo davvero?

La legge prevede il divieto assoluto di trattare questi temi alla scuola dell’infanzia e alla primaria, mentre alle superiori e alle medie servirà il placet scritto di mamma e papà. Ma proviamo a calare questa norma nella realtà di tutti i giorni.

I figli di genitori aperti, informati e pronti al dialogo non avranno problemi: se la scuola non offrirà risposte, le troveranno in famiglia. Il vero problema riguarda i contesti più difficili. Come fa giustamente notare la pediatra Carla:

“Se sottoponi al consenso informato dei genitori l’educazione sessuo-affettiva a scuola… sai chi non firmerà? Certamente non firmeranno i genitori abusanti, temendo che in quello spazio educativo il bambino/a impari a riconoscere e denunciare un abuso. Non firmeranno le famiglie radicalizzate, provenienti da contesti culturali difficili, dove la donna è ancora considerata possesso dell’uomo.”

Il rischio reale è che gli studenti che avrebbero più bisogno della scuola come spazio sicuro e di crescita vengano semplicemente isolati o stigmatizzati, costretti a restare fuori dall’aula mentre i compagni affrontano temi cruciali come il rispetto, la prevenzione e la violenza di genere.

Se la scuola tace, risponde lo smartphone

Siamo onesti: quanti di noi si sentono davvero pronti, al 100%, a gestire l’educazione sessuo-affettiva dei propri figli? La nostra generazione spesso non l’ha ricevuta. Rompere il ghiaccio, trovare le parole giuste per parlare di corpi, desideri e cambiamenti a otto, dodici o sedici anni non è affatto semplice. E dove c’è il silenzio degli adulti, purtroppo, subentra il digitale.

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L’insegnante e scrittore Enrico Galiano ricorda che circa un ragazzo su tre non ha mai l’opportunità di affrontare questi temi in famiglia. I sondaggi lo confermano: gli adolescenti oggi si informano quasi esclusivamente online, sui social o attraverso la pornografia, senza alcun filtro o controllo.

Quando la scuola rinuncia a fare la sua parte con personale formato ed esperto, i ragazzi restano soli proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di adulti competenti capaci di spiegare loro la differenza tra gelosia e possesso, o il valore del consenso.

Non basta dire “rispetto”: servono le parole giuste

Il Ministero assicura che nelle scuole si continuerà a fare “educazione al rispetto e all’empatia”. Ma si può insegnare il rispetto senza poter nominare il corpo, lo sviluppo biologico, l’identità o il consenso nell’ambito dei rapporti sessuali?

I professionisti della salute e della pedagogia spiegano che l’educazione affettiva è, prima di tutto, un’educazione a nominare le cose. Usare formule generiche significa svuotare di significato i discorsi.

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ribadisce da anni che questo tipo di educazione deve essere parte integrante del percorso scolastico fin da piccoli, non per motivi ideologici, ma scientifici: serve a dare ai minori la consapevolezza necessaria per proteggere la propria salute psicofisica.

La paura dell’“indottrinamento” e la realtà dei fatti

Tra le ragioni che spingono molti genitori a guardare con diffidenza a questi percorsi c’è spesso il timore, alimentato da una forte cassa di risonanza mediatica e politica, di un presunto “indottrinamento” dei figli attraverso la cosiddetta “teoria del gender”. È una preoccupazione comprensibile: nessun genitore vorrebbe che la scuola scavalcasse i propri valori familiari o introducesse concetti ideologici confusi nella mente dei più piccoli. Tuttavia, è fondamentale fare chiarezza ed eliminare ogni equivoco: la “teoria del gender” come dottrina scientifica o scolastica semplicemente non esiste. Si tratta di una formula retorica utilizzata per agitare lo spettro di una manipolazione che non trova alcun riscontro nella realtà dei programmi scolastici.

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I progetti di educazione sessuo-affettiva non nascono dall’improvvisazione né da agende ideologiche nascoste: sono percorsi strutturati, guidati da professionisti qualificati in ambito medico, psicologico e pedagogico. Questi esperti (come psicologi dell’età evolutiva, ginecologi, ostetriche e assistenti sanitari) intervengono nelle classi adottando approcci scientifici validati e rigorosamente calibrati in base all’età degli alunni.

Il loro obiettivo non è insegnare “cosa” pensare, ma fornire ai ragazzi parole precise per riconoscere le proprie emozioni, comprendere i cambiamenti del proprio corpo, prevenire i rischi legati alla salute riproduttiva e sviluppare relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla prevenzione di ogni forma di abuso o violenza. Lasciare la parola alla scienza e alla competenza medica è l’unico modo per rassicurare le famiglie e proteggere la crescita dei nostri figli.

Cosa cambia per noi genitori e per la scuola

C’è un ultimo aspetto pratico da non sottovalutare: la burocrazia. La legge obbliga le scuole a comunicare in anticipo ogni dettaglio su associazioni ed esperti esterni. Conoscendo le difficoltà della scuola italiana, l’effetto sarà purtroppo dissuasivo. Molti presidi e insegnanti, per evitare la fatica burocratica, le polemiche o il rischio di esposti da parte di famiglie contrarie, sceglieranno la via più semplice: smetteranno di organizzare queste attività.

La scuola pubblica dovrebbe essere un’istituzione universale, un luogo nato per offrire a tutti i bambini e ragazzi le stesse opportunità di crescita e gli stessi strumenti per proteggersi, a prescindere dalla famiglia in cui sono nati. Trasformare i genitori da interlocutori in “controllori” con diritto di veto rischia di spezzare questa alleanza educativa tra famiglia e insegnanti, lasciando i nostri figli un po’ più soli davanti agli schermi dei loro telefoni.

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