'Tuo figlio è un BES'. Ma che cosa vuol dire?

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L'ingresso nel mondo della scuola può essere traumatico non solo per i figli, ma anche per i genitori: da quando noi abbiamo finito gli studi, sono passati spesso tanti anni e, nel frattempo, sia la società che la scuola sono cambiate.

Fra le grandi novità con cui dobbiamo fare i conti ci sono diverse insegnanti con cui interloquire, nuovi strumenti tecnologici a supporto della didattica e tanti acronimi; ecco allora che potrebbe capitare di sentirci dire che nostro figlio è un POF o un BES.

Spesso ci sembrano cose lontano che riguardano "gli altri" e non certo noi, ma quando l'insegnante - durante il colloquio - ci dice che "suo figlio è un BES", tutto cambia: quelle sigle sentite vagamente durante le riunioni, improvvisamente entrano a far parte della nostra quotidianità. Ma cosa vogliono esattamente dire?

Chi sono i BES

L'acronimo “BES” sta per Bisogni Educativi Speciali e, nella scuola italiana, è stato introdotto nel 2012: certifica una situazione transitoria, non patologica di uno studente che necessita di un particolare supporto momentaneo. I casi sono i più vari: si va dal bambino che mostra apatia per via della recente separazione dei genitori al ragazzino trapiantato dalla Cina e che ha difficoltà a inserirsi nel nuovo contesto.

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A seconda della gravità della situazione, il Consiglio di Classe può decidere di redigere un piano di studi personalizzato (PDP) per il singolo studente che, con la sottoscrizione della famiglia, venga incontro alle esigenze dell'allievo; nei casi meno complessi il PDP non viene redatto, ma gli insegnanti e la famiglia sono consapevoli della situazione di disagio e collaborano insieme per la soluzione del problema.

Se nostro figlio è un BES ciò significa che un campanello di allarme deve suonare, e sia la famiglia che la scuola devono prestare maggiore attenzione verso il bambino o il ragazzo: la temporaneità e transitorietà della situazione non deve, ad ogni modo, portare a sottovalutare la cosa, ma anzi deve richiedere uno sforzo congiunto per risolvere quanto prima il problema alla radice.

Quando possiamo parlare di BES

Attraverso la legge 53/2003, il legislatore ha voluto tutelare tutti quei ragazzi che presentano difficoltà nel normale svolgimento delle attività didattiche e, così facendo, garantisce loro l'inclusione sociale. Per facilitare l'approccio e il lavoro, i BES si suddividono in tre categorie:

Disabilità

Per quanto riguarda le disabilità, in questa categoria rientrano tutte quelle problematiche riconosciute dal SSN (Servizio Sanitario Nazionale) attraverso la legge 104/92. In questo caso, all'alunno interessato viene assegnato un docente di sostegno e un Piano Educativo Individualizzato (PEI).

DSA e ADHD

In questa seconda categoria troviamo quei ragazzi affetti da Disturbi Evolutici Specifici (DES), come ad esempio dislessia, disgrafia, discalculia e non solo; anche coloro a cui è riconosciuto l'ADHD, ossia disturbi che creano nel ragazzo interessato un deficit di attenzione - come l'iperattivismo - .

In tal caso il Sistema Sanitario Nazionale mette a disposizione dei propri cittadini degli specialisti, che riconoscono e certificano il disturbo. Così la scuola, una volta che riceve tutta la documentazione, elabora un Piano Didattico Personalizzato (PDP) senza però assegnare all'alunno interessato un insegnante di sostegno.

Soggetti che non rientrano nelle categorie sopracitate, ma che presentano difficoltà nell'apprendimento e disturbi derivanti da condizioni sociali ed economiche carenti.

Infine la terza e ultima categoria comprende tutte quelle persone che riscontrano delle difficoltà nell'integrarsi all'interno della nostra cultura.

In queste situazioni, la scuola è parte attiva del processo di integrazione dei ragazzi stessi: infatti deve essere la prima ad accorgersi di questa mancanza e quindi di dover elaborare un Piano Didattico Personalizzato, valutando la presenza o meno di deficit di apprendimento.

BES a scuola: cosa può fare l'insegnante

A questa domanda, abbiamo implicitamente risposto nel paragrafo precedente, in quanto a seconda del problema riscontrato sono previste precise misure di sostegno.

Tuttavia è importante sottolineare il ruolo chiave che hanno le scuole - di ogni ordine e grado - nell'affrontare queste dinamiche, che possono creare tutta una serie di svantaggi nell'alunno che è affetto da disturbi d'apprendimento.

Spesso si tende a sottovalutare certi segnali e alcuni genitori credono che i propri figli siano svogliati oppure non portati allo studio. In realtà, invece, seguendo un adeguato percorso personalizzato, è possibile accompagnare passo dopo passo l'alunno affetto da specifico disturbo nel raggiungimento dei propri obiettivi.

Il compito di ogni insegnante è principalmente quello di adattare il proprio metodo d'insegnamento tenendo conto di tutte le difficoltà che possono riscontrare i propri alunni e soprattutto favorendo l'apprendimento di ogni singolo ragazzo, compresi anche coloro che rientrano nella categoria BES.

BES a casa: cosa può fare la famiglia

Il Ministero dell'Istruzione, attraverso il Decreto 5669/2011, ha emanato le linee guida che di fatto regolano i rapporti famiglia e scuola e garantisce il pieno riconoscimento dei diritti degli alunni che presentano deficit di apprendimento.

La legge, infatti, prevede che ci sia una collaborazione tra i docenti e i genitori, in particolare la famiglia è tenuta a formalizzare un patto ad hoc, che autorizza gli insegnanti a utilizzare tutti gli strumenti compensativi e le linee dispensative considerate idonee (come da normativa vigente).

Oltre all'aspetto formale, è importante che la famiglia sia parte attiva durante il percorso dell'alunno, verificando quotidianamente lo svolgimento dei compiti e monitorando che porti a scuola tutto il materiale necessario per seguire le lezioni.

Infine, uno dei compiti più importanti della famiglia - e talvolta più duri - è d'incoraggiare sempre il/la proprio/a figlio/a a impegnarsi nel proprio percorso scolastico, nonostante le difficoltà che potrà riscontrare.

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